IL DISCORSO E LA MORTE DI STEFANO (Atti 7:2-6)

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IL DISCORSO E LA MORTE DI STEFANO (Atti 7:2-6)

22 settembre 2021

 

Prima di analizzare in dettaglio il discorso di Stefano, vediamo subito quali furono le conseguenze pratiche della sua opera e della sua morte:

  • la persecuzione che seguì (At 8:1) condusse ad una più ampia diffusione del Vangelo (At 8:4; 11:19);
  • a posteriori, la morte di Stefano ebbe certo un significato profondo per Saulo di Tarso (7:58; 8:1,3; 22:19-21);
  • fu l’inizio di una rivoluzione all’interno della Chiesa di Cristo: per la prima volta i princìpi della missione universale della Chiesa furono enunciati con esiti profondi e drammatici.

 

SUNTO GENERALE DEL DISCORSO DI STEFANO

Stefano analizza la storia d’Israele con l’intento di mostrare che la presenza di Dio non può essere limitata ad un solo luogo (il Tempio) e che il popolo d’Israele si è sempre mostrato ribelle nei confronti della volontà di Dio. Prova ne sono:

  • Abramo, che vive come un pellegrino, non avendo ancora ereditato la Terra promessagli da Dio (7:2-8);
  • Giuseppe, che lascia Canaan perché venduto dai suoi fratelli gelosi (vv. 9-16);
  • Mosè, soprattutto, al quale Stefano dedica una lunga sezione del suo discorso (si ricordi che Stefano era stato accusato di bestemmia contro Mosè e Dio). Mosè viene rigettato dai suoi correligionari quando cerca di difenderli. Ciononostante, Dio lo pone a guida del suo popolo per liberarlo dalla schiavitù egiziana. Ancora una volta, il popolo si mostra ingrato dedicandosi, nel deserto, all’idolatria e rifiutando di seguire Mosè, il servo del Signore. Tale idolatria, motivata dal desiderio di avere divinità visibili, continua fino all’esilio in Babilonia.

Quanto al tabernacolo e al Tempio, mentre il tabernacolo era mobile e seguiva il popolo di Dio durante il pellegrinaggio nel deserto, il Tempio era statico. Assai facilmente ebbe perciò origine un’immagine localizzata di Dio (che, tuttavia, non abita in templi fatti da mano d’uomo: cfr. Mc 14:58). La religione giudaica era diventata monolitica al punto tale da non essere più in grado di muoversi verso il nuovo tempio, vale a dire il corpo di Cristo.

Quando i princìpi enunciati da Stefano, da Paolo e dall’autore di Ebrei penetrarono nelle Chiese di Cristo, si verificò lo stacco decisivo con l’antico sistema templare di adorazione (At 2:46). I cristiani si resero conto perfettamente di non essere soltanto una “setta” dell’antico Israele (At 24:5), ma piuttosto il nuovo popolo di Dio, con il vero tempio, altare e sacrificio. Vivendo da pellegrini (1Pt 1:1; Gc 1:1; Eb 11:13-16), i cristiani sono rigettati dai Giudei al pari dei profeti e di Gesù. Stefano afferma la propria fede in Gesù Messia. Ma se Gesù è davvero il Messia, allora è crollata la religione poggiante sul Tempio e sull’aderenza assoluta alle prescrizioni della legge di Mosè. Tale religione deve essere dunque interpretata secondo una visuale affatto diversa (At 6:11-14; cfr. Mt 24:2; Mc 13:2; Lc 21:6). Gli oppositori di Stefano capirono facilmente che le sue asserzioni minavano alle fondamenta le tradizioni religiose fin allora vigenti basate su Mosè e sul Tempio (cfr. At 21:21).

Il punto essenziale addotto da Stefano è che Israele si è sempre rivelato lento e restio ad accettare i nuovi e decisivi interventi di Dio rivolti all’adempimento delle promesse fatte ai patriarchi. Israele si è sistematicamente ribellato alle guide inviati da Dio e da Lui ispirate (vv. 9-43). Non solo: Israele è sempre stato troppo preoccupato d’isolare la presenza e l’attività di Dio in luoghi determinati (su tutti, il Tempio) sì da non vedere e capire come lo stesso Dio agisse in eventi storici fondamentali (quali, ad esempio, l’esilio oppure l’attività gloriosa di Gesù: vv. 44-53). Ancora una volta, Israele rischiava di non comprendere a fondo il disegno salvifico di Dio.

Luca, l’autore degli Atti, disegna sicuramente uno stretto parallelismo tra la morte di Gesù e quella di Stefano (cfr. Lc 23:34; At 7:60). Entrambi, pieni di Spirito Santo, muoiono ingiustamente con una parola di compassione e perdono per i loro assassini.

 

DETTAGLI DEL DISCORSO DI STEFANO (AT 7:2-53).

Si tratta del più lungo discorso riportato negli Atti (ricordiamo che gli Atti sono il libro dei discorsi). Ciò dimostra l’importanza che Luca annette alla figura e all’opera di Stefano. Occorre notare che Stefano tocca di sfuggita le accuse rivoltegli (egli non dà una difesa legale del proprio operato), preferendo concentrarsi sulla storia d’Israele e sugl’interventi straordinari di Dio all’interno di tale storia per dimostrare la legittimità del cristianesimo. Nel suo discorso si snodano tre concetti fondamentali:

1) Nel piano salvifico di Dio esiste un chiaro progresso e cambiamento.

Dio è creativo nei suoi rapporti con le creature umane, specie con Israele. A questo proposito, Stefano sviluppa i seguenti cinque punti:

  • La promessa ad Abramo (vv. 2-8). Dalla massa umana Dio ha scelto e chiamato sovranamente Abramo, il padre dei Giudei, dalla Mesopotamia alla Terra promessa, dandogli quei nipoti che sarebbero diventati i progenitori delle Dodici tribù in Israele.
  • Il soggiorno di Giuseppe in Egitto (vv. 9-16). Esso fu l’adempimento della predizione divina (vv. 6-7), fonte di grandi benedizioni per Israele ma anche di un radicale cambiamento di residenza per i discendenti di Giacobbe.
  • La liberazione sotto Mosè (vv. 17-43), aspetto fondamentale della storia d’Israele su cui Stefano si sofferma in dettaglio.
  • La costruzione del tabernacolo (vv. 44-46). Il tabernacolo (detto della “Testimonianza”, giacché palesava la presenza di Dio in mezzo agli Ebrei) era mobile e, pertanto, temporaneo.
  • La costruzione del Tempio (vv. 47-50). Anche il Tempio era soltanto un mero simbolo della presenza di Dio tra il popolo e non la sua vera dimora.
  • I rapporti di Dio con Israele – da Abramo a Salomone – sono dunque caratterizzati da innovazioni e cambiamenti. È chiaro che se Dio ha così agito nella storia d’Israele, chi può assicurare la perennità e l’inamovibilità del Tempio e della legge di Mosè?

2) Le benedizioni di Dio non sono limitate alla terra d’Israele e all’area templare.

Alcune tra le principali benedizioni furono date ad Israele indipendentemente dal Tempio e dalla Terra promessa. Al riguardo Stefano fornisce quattro esempi:

  • I patriarchi e i capi d’Israele furono benedetti fuori della Terra promessa. Abramo ricevette la chiamata divina in Mesopotamia e le promesse in Carran (vv. 2-5). In Egitto Giuseppe trovò favore presso Faraone perché Dio era con lui (vv. 9-10). Mosè fu chiamato dal Signore mentre si trovava in Madian (vv. 29-34), dove gli nacquero due figli.
  • La legge stessa fu data fuori della Terra promessa, nel deserto (v. 38).
  • Il tabernacolo fu eretto nel deserto e portato nella Terra promessa (v. 45).
  • Anche il Tempio, sebbene posto nella Terra promessa, aveva una funzione affatto limitata. Infatti, come avrebbe potuto essere la dimora vivente di Dio quando la Sacra Scrittura dice che il cielo è il suo trono e la terra lo sgabello dei suoi piedi (v. 49; Is 66:1)?

3) Nella sua storia, Israele ha sempre evidenziato la tendenza ad opporsi a Dio e ai suoi inviati.

Questo è il nucleo essenziale del discorso di Stefano (At 7:51-53). «Voi contrastate sempre allo Spirito Santo; come fecero i vostri padri, così fate anche voi!» (v. 51). La ribellione costante d’Israele, già intravista nell’insieme del discorso, riceve ulteriori specificazioni.

  • Giuseppe fu venduto come schiavo dai suoi fratelli invidiosi (v. 9);
  • Mosè fu rigettato dagli Israeliti (vv. 23-29). Bisogna notare che tanto Giuseppe quanto Mosè non furono accettati dai Giudei fino alla loro seconda apparizione (vv. 13,35-36). Il parallelo con Cristo Gesù non sfuggì sicuramente agli ascoltatori di Stefano;
  • Israele rigettò la vera adorazione volgendosi subito agli idoli (vv. 39-43). L’idolatria era un peccato particolarmente odiato dai Giudei del periodo neotestamentario. A causa di quest’idolatria continua, Dio giudicò la nazione mandandola in Babilonia, in esilio (v. 43).
  • Israele non ha mai davvero compreso a fondo il ruolo del Tempio (vv. 48-50), che non era per nulla (e come poteva esserlo, del resto?) la dimora terrestre di Dio, la controparte giudaica del Monte Olimpo per i Greci. Il Tempio era soltanto un luogo di adorazione e preghiera, e non certo la casa di Dio (cfr. 1Re 8:23-53).

I tre punti principali del discorso di Stefano combaciano perfettamente. Visto che c’è progressione nel disegno salvifico di Dio e visto che le Sue benedizioni non sono limitate al Tempio, Israele farebbe bene a non resistere alle opere divine (At 7:51). Queste opere si vedono nella Chiesa di Cristo e nelle benedizioni conferite a tutte le genti.

 

IL LINCIAGGIO DI STEFANO (7:54-60)

La risposta delle autorità religiose è furiosa e immediata. Stefano sa cosa lo aspetta: pieno di Spirito Santo (cfr. 6:5,10; 7:55), egli «vede la gloria di Dio e Gesù in piedi alla destra di Dio». Il Signore Gesù viene normalmente descritto come seduto alla destra del Padre, in posizione d’autorità (cfr. Sal 110:1; Rm 8:34; Col 3:1; Eb 1:3,13; 8:1; 10:12; 12:2; 1Pt 3:22). Si è discusso sul fatto che Stefano vede il Signore in piedi alla destra di Dio (unico caso nel N.T.) Queste le principali ipotesi formulate, secondo cui Gesù è in piedi per: a) intercedere per Stefano; b) giudicare gli assassini di Stefano; c) accogliere Stefano.

La visione del Figlio dell’Uomo è assai importante ai fini della dimostrazione pratica del discorso di Stefano. L’espressione «Figlio dell’Uomo» è qui usata per l’ultima volta nel N.T.; ma questa è anche l’unica circostanza in cui essa è impiegata da qualcuno che non sia il Signore Gesù. La definizione di Gesù quale «Figlio dell’Uomo», desunta da Dn 7:13-14, dimostra agli Ebrei che Gesù è il Messia che, in base al Sal 110:1, siede alla destra di Dio in posizione di assoluta e divina autorità. Questi due celeberrimi brani messianici (Dn 7:13-14 e Sal 110:1) asseriscono appieno l’aspetto universale dell’autorità di Gesù, il quale non è un semplice profeta o capo religioso giudaico, ma è il Salvatore del mondo che ha vinto la morte essendo alla destra di Dio. Non solo Gesù è il Messia onnipotente Salvatore del mondo, ma è anche l’unico mediatore (cfr. 1Tm 2:5) che spiana l’accesso a Dio indipendentemente dal Tempio di Gerusalemme e dalla casta sacerdotale.

Le autorità giudaiche comprendono al volo le conseguenze del discorso di Stefano – Israele è colpevole, la legge è temporanea, il Tempio non ha più ragione d’esistere –, e linciano Stefano seduta stante (Pilato e le autorità romane sono assenti). La bestemmia era punita con la morte (Lv 24:16). Il fatto che i Giudei uccidano Stefano per bestemmia è strano e nient’affatto coerente con la loro storia, se si considera che anche i loro padri, secondo la legge di Mosè (Lv 20:2), avrebbero dovuto fare la stessa fine avendo adorato Moloc (At 7:43). A questo punto compare, per la prima volta alla storia della Chiesa, un giovane studioso di nome Saulo, pienamente d’accordo con gli assassini (addirittura Paolo ne custodisce le vesti mentre Stefano subisce il martirio: cfr. At 7:58; 8:1; 22:20). Usando parole dolci che ricordano quelle di nostro Signore, Stefano affida il suo spirito al Signore mentre prega per gli assassini (cfr. Lc 23:34,46). Poi si addormenta, in attesa del Signore e della sua giustizia (cfr. Gv 11:11; 1Ts 4:13,15).

 

Arrigo Corazza